Category Archives: Riflessioni

Certi vuoti

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Se c’è qualcosa di estremamente pesante nel diventare grandi, quella è l’enorme sproporzione tra le persone insignificanti, negative e disgustose (in ordine di pesantezza) con cui deve avere a che fare, rispetto a quelle che riescono a darti qualcosa.

Invidio tantissimo mio figlio quando andiamo in un posto nuovo e lui trova un bambino qualsiasi con cui giocare e divertirsi.
Così, senza filtri, senza approfondimenti, solo due energie che si incontrano, si fondono creando qualcosa di superiore.
Poi, quasi sempre, finisce lì.
Ma il momento c’è stato. Si sono dati qualcosa.

Noi adulti invece siamo carichi di sovrastrutture fatte di cultura, educazione e trascorsi.
Per cui è praticamente impossibile trovarsi, scambiarsi.

Ci si sente soli, non c’è che dire.
Soli e pronti a combattere per sopravvivere.
Perché lì fuori c’è tutto un mondo che non la pensa come te.
Che non solo non ti capisce ma è pronto ad aggredirti per questo.
E tu?
Tu che fai?
Quale parte del tuo corpo fai rispondere?

Una volta il mio miglior amico di allora mi disse che, in realtà, ci eravamo frequentati solo perché c’era stata l’occasione e che quell’occasione era finita.
Io sentii un grande vuoto dentro me perché non avevo perso solo lui ma anche quello che di me aveva creduto in lui.

La morale potrebbe essere che la vita sia un gioco di sottrazione e che si diventa collezionisti di vuoti.
Vuoti dati da chi c’è stato ma anche dall’ultimo, ennesimo, miserabile incontrato.

Cilento night

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Era una delle prima volte che visitavo il Cilento.
Era bello il posto, stupendo il mare e piacevole la compagnia.
Solo che l’occasione era strana.
Improvvida, avrebbe detto una mia vecchia insegnante di italiano.

Il mio mondo era appena esploso in mille pezzi e stavo cercando di rimetterlo insieme un po’ come quando ti cade un puzzle per terra.
Ti metti in ginocchio e raccogli quello che puoi.
Quello che ti rimane.

E io raccoglievo pezzi in notti insonni e in giorni passati in spiaggia.

Una sera andammo in un ristorante dell’entroterra.
Stava su un pizzo di collina che realmente non saprei mai trovare.
Era tutto buio: la strada, il panorama sotto e certe prospettive future.

Il ristorante, quando lo trovammo, era anche affollato.
Dovemmo parcheggiare in uno spiazzo un po’ lontano.
Assolutamente al buio di una notte senza luna seppur accompagnata da un miliardo di stelle.

Mentre percorrevamo il tragitto dal parcheggio al ristorante guardai in alto quel cielo puntinato di stelle, silenzioso e avvolgente.
Da dietro al piccolo bosco comparve una stella cadente blu, verde e poi rossa che lasciava una scia persistente.
Tracciò una traiettoria netta sopra le nostre teste.

Netta come quel percorso che non sapevo mi avrebbe portato a oggi.
Nonostante tutto il buio.

Sogni

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Oggi, in pausa, guardavo fuori la finestra dell’ufficio la collina verde che si erge proprio di fronte.
Entrava un vento fresco e umido.
Tutto conciliava un breve assopimento.
Due o tre profonde palpitazioni non sono state d’accordo e mi hanno riportato alla realtà del computer, del lavoro, della mia vita nel 2018.

Certe volte stai dentro un tunnel.
E sai che è la cosa giusta da fare.
Per te e per gli altri che ti sono attorno.
Altre volte no.

Qualche anno fa andai al concerto dei Depeche Mode.
Andata e ritorno da Roma con la moto.
Nella stessa giornata.
Concerto bellissimo di chi sa darmi note per quello che ho dentro.

All’andata faceva caldissimo e sudavo nel giubbino da motociclista.
Al ritorno faceva freddissimo e battevo i denti sotto al casco.
Quattro ore di viaggio per due di musica.
Pensavo a come quella cosa fosse sbagliata, troppo scomoda, troppo disallineata.

In altra epoca.
Ascoltavo a ripetizione “Home” dei Depeche Mode negli auricolari.
Era inverno e il vento freddo tagliava la faccia.
Camminavo per le strade della città.
Mi piaceva guardare le finestre illuminate dei palazzi.
Quelle dove c’era una famiglia che si metteva a tavola.
Una televisione accesa sul telegiornale.
Gente che parlava tra di loro.

Viviamo sempre in bilico su sentimenti contrapposti.
Malinconici mentre guardiamo lontano ma, alla fine, fin troppo esigenti verso i nostri mutevoli sogni.

Possibilità

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Oggi è stato l’ultimo giorno di scuola per mio figlio.
Forse ero più contento io di lui perchè non lo dovrò più accompagnare per l’entrata delle 8.
Mi potrò svegliare un po’ più tardi.
Forse.

La fine della scuola era un grande salto nel vuoto delle giornate che mi separavano dalle vacanze al mare.
Mi svegliavo più tardi, leggevo fumetti, guardavo la tv, giocavo con quei primi, rudimentali, videogiochi ma, sostanzialmente non sapevo che fare.
Oggi è diverso, i ragazzi sono più informati con internet e, teoricamente, saprebbero che fare.
Hanno possibilità.

Una volta dissi ai miei che sarei stato fuori col mio migliore amico e poi avrei mangiato a casa sua. Sarei tornato la sera.
Ma non era vero.
Volevo fare qualcosa di diverso

Dal mio quartiere ricco borghese m’incamminai verso l’ignoto della periferia.
Andai verso dove mio padre lavorava. La periferia est.
Con i suoi morenti edifici industriali, il caotico traffico, i brutti bar con la gente con gli alcolici davanti anche al mattino.

Comprai una pizzetta e me la mangiai vicino ai binari di un tram che non passava più.
Conobbi una ragazzina un po’ più grande di me.
Mi colpì il fatto che non fosse curata come le mie compagne di classe. Aveva i capelli crespi e raccolti a crocchia sulla testa.
Aveva anche qualche graffio in faccia e le unghie smangiate e con qualche traccia di smalto rosso.
Sicuramente si accorse che non ero della zona.

Si fece offrire un po’ di cose al bar e le portammo su una spiaggia sporchissima.
Faceva caldo e qualcuno s’immergeva in quell’acqua orribile.
Lei mi chiedeva della mia vita, di quello che facevo, delle cose che avevo.
Un po’ rispondevo e un po’ non mi andava.
Non mi piaceva e volevo che se ne andasse ma non sapevo come dirlo. Sentivo che la mia fuga non era andata come volevo.

Poi dissi che dovevo andare sennò avrei avuto dei guai a casa e lei si fece una mezza risata.
Mi diede un bacetto sulla guancia e mi disse che mi sarebbe venuta a trovare fuori alla scuola se ne avesse avuto la possibilità.
Io sperai di no.

Certi vuoti sono possibilità, altri sono vuoti e… basta.

L’ostinazione di Philip Roth

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“Mattina dopo mattina per cinquant’anni, ho affrontato la pagina a venire senza difese e impreparato. L’ostinazione, non il talento, ha salvato la mia vita”
[Philip Roth]

Questa frase dello scrittore appena scomparso è il monumento che ho eretto al centro della mia vita.
Per quanto ognuno di noi abbia un seppur minimo talento (del mio mi faccio raccontare dagli altri ma non riesco a lo stesso a focalizzarlo esattamente) questo è niente se non supportato dalla volontà.

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La palestra

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Prima o poi dovevo scrivere qualcosa su questo luogo in cui ho passato, purtroppo, gran parte del tempo dedicato all’attività fisica.

Preambolo: andare in palestra è una palla.
Per quanto mi sia sforzato, negli anni, non ho mai trovato un argomento, un aspetto che mi rendesse l’ambiente meno noioso.
L’unico aspetto interessante (se così possiamo dire) sono gli elementi che immancabilmente trovi in qualsiasi palestra tu vada, a qualsiasi latitudine.
Dalla palestra chic al tugurio di periferia.
Ne enuncio un bouquet ristretto ma ce ne sono parecchi altri.

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